Boom di imprenditori immigrati in edilizia

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a una vera moltiplicazione dei lavoratori autonomi edili stranieri in Italia. Il boom delle imprese individuali gestite da titolari immigrati non comunitari si concentra per circa il 40% nel settore delle costruzioni, con una crescita nel 2008 del 35,4%. 

La rilevanza di questo settore per l’espansione dell’imprenditoria immigrata emerge ancora meglio se si considera il saldo complessivo di imprese individuali a fine 2008: la componente immigrata, infatti, spiega oltre l’80% della crescita di imprese individuali nelle costruzioni. La tendenza degli immigrati a scegliere la via del lavoro autonomo, e spesso a creare una vera e propria impresa, è un fenomeno molto recente nel nostro Paese. L’85% delle aziende attualmente operanti, di cui sono titolari cittadini stranieri, sono state create dal 2000 in poi. Il dato interessante è che questo boom è avvenuto proprio negli stessi anni in cui sono rimaste stabili, o addirittura diminuite, le aziende create dagli italiani a causa della congiuntura economica negativa. Il lavoro degli immigrati ormai contribuisce a innalzare il Pil nazionale di oltre un decimo e in un momento di crisi come questo, nel quale molte aziende sono costrette a chiudere, le nuove attività “straniere” forniscono un gettito fiscale stimato in 5,5 miliardi di euro. In cinque anni, dal 2003 al 2008, in Italia gli imprenditori stranieri sono triplicati. Il settore con più attività è l’industria con 83.578 aziende (50,6%) e al suo interno prevale l’edilizia (64.549). I dati sono stati raccolti dalla Fondazione Ethnoland che ha realizzato il rapporto “ImmigratImprenditori 2009”, in collaborazione con Caritas/Migrantes. Incrociando i risultati con la precedente analisi “I lavoratori stranieri nel settore edile” di Ires-Fillea del dicembre 2008 e il dossier UnionCamere del marzo 2009 è possibile avere un quadro più chiaro della realtà nazionale.

I DATI REGIONALI
Per quanto riguarda il settore delle costruzioni sono la Lombardia (con quasi 14.000) e l’Emilia Romagna (con poco più di 11.000) ad avere il maggior numero di imprese non comunitarie, ma è l’Emilia Romagna la regione con il peso maggiore di imprese “straniere” con il 20%. Per quanto riguarda, invece, le Casse Edili con il maggior numero di imprese straniere in valore assoluto, la classifica vede Roma, Milano e Torino ai primi tre posti, seguiti a brevissima distanza da realtà territoriali meno popolose come Brescia e Firenze. Il panorama delle nazionalità vede al vertice la Romania, seguita da Albania e Marocco. Innanzitutto appare evidente come nel corso degli anni i lavoratori stranieri siano diventati elementi costitutivi del sistema produttivo nel settore delle costruzioni. Dopo una prima fase “di sostegno” alla manodopera autoctona e una successiva fase “sostitutiva”, oggi gli immigrati sono strutturali al settore, dimostrando un notevole dinamismo come creatori di aziende. In generale, i dati confermano la struttura di un’imprenditoria immigrata fatta soprattutto di imprese piccole o piccolissime.

LE PROSPETTIVE
Ma non illudiamoci. È necessario porre una certa attenzione su quali siano i percorsi imprenditoriali dei lavoratori immigrati e cosa sia a spingere un immigrato ad avviare un’impresa. Sono in sintesi due i motivi che spingono gli immigrati alla scelta di natura imprenditoriale. Da un lato c’è un percorso di crescita economica e sociale, di “emancipazione” dal lavoro dipendente, in grado di valorizzare l’esperienza cumulata e la professionalità maturata on the job per riuscire anche a guadagnare di più (come lavoratori dipendenti mediamente percepiscono il 60% del salario corrisposto agli italiani), dall’altro, invece, la scelta viene fatta dalle imprese e subita dal lavoratore con una strategia di assecondamento, costretto a fingersi autonomo pur continuando a lavorare per lo stesso datore, perdendo in tal modo le tutele e le garanzie del lavoro dipendente e evitando all’impresa di doversi preoccupare del costo del lavoratore. Potremmo chiamarle “para-imprese” o “pseudolavoratori autonomi”: gli usi impropri del lavoro autonomo da parte di imprenditori italiani è spesso un escamotage che deriva dalla convenienza economica rispetto ai costi previdenziali, dalla possibilità di sfuggire ai vincoli contrattuali e dai reciproci vantaggi, del lavoratore e del datore, per quanto riguarda la normativa per i permessi di soggiorno.

È auspicabile dunque il ruolo di nuove politiche di integrazione più incisive, grazie alle quali il numero di imprese straniere sarà destinato a crescere notevolmente. I principali ostacoli per gli imprenditori stranieri che vogliono avviare una attività autonoma nel nostro paese sono: il mancato riconoscimento dei titoli di studio e professionali conseguiti nei paesi di origine, una burocrazia che opprime con una serie infinita di oneri amministrativi e la difficoltà nell’accesso al credito. È da sottolineare inoltre che la maggior parte degli infortuni ai danni di lavoratori stranieri si concentra nel settore delle costruzioni (14,5%) e solo grazie all’integrazione è possibile migliorare la loro sicurezza, per esempio con corsi di formazione ad hoc e stampando manuali multilingua.
“Bisogna adoperarsi perché gli immigrati contino di più come lavoratori, come imprenditori e come cittadini. Superando la diffidenza nei confronti degli ‘stranieri’ bisogna abituarsi a pensare che convenienza economica e solidarietà possono andare di pari passo” ha commentato Otto Bitjoka, presidente della fondazione Ethnoland.

Articolo di Andrea Cantini

Per approfondimenti:
Fondazione Ethnoland, ImmigratImprenditori. Analisi del fenomeno, Edizioni Idos, Roma, gennaio 2009
http://www.ires.it/files/3_Rapporto_Ires_Fillea.pdf
http://www.infocamere.it/doc/extraUE08.pdf

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico