Inserimento lavoratori autonomi nel ciclo produttivo delle imprese esecutrici in edilizia

La produzione nel settore delle costruzioni edili e di ingegneria civile di norma è gestita dall’impresa affidataria quale contraente generale, titolare del contratto di appalto, che per la realizzazione dell’opera può avvalersi delle proprie maestranze, dell’apporto specialistico di altre imprese esecutrici e di lavoratori autonomi, come per la maggioranza degli appalti pubblici, oppure, come più frequentemente in uso per le opere private, è organizzata con il coinvolgimento di più imprese affidatarie, attraverso un contratto d’appalto scorporato, che in un abituale contesto di decentramento produttivo, a loro volta potranno avvalersi del proprio personale, della collaborazione di altre imprese e di lavoratori autonomi.

 

Partecipano quindi attori diretti e subappaltatori con ruoli e responsabilità diverse, con rapporti di lavoro che possono essere unilateralmente inquadrati nell’area della subordinazione o dell’autonomia, connotazioni contrattuali diverse che incidono nell’applicazione delle  regole concernenti l’utilizzo del lavoro in maniera distinta, per quanto riguarda la natura dei contratti di lavoro e per quanto attiene alle norme in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.

 

Giuridicamente, come stabilito dall’articolo 2094 del codice civile “è prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”. La prestazione di lavoro autonomo si distingue invece, secondo quanto indicato all’articolo 2222 del codice civile, “quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente”.

 

Negli ultimi anni, confrontando i dati dell’ISTAT come evidenziato dall’associazione nazionale costruttori edili (ANCE), risulta che nei cantieri temporanei o mobili sono impiegati nell’attività produttiva più lavoratori autonomi che lavoratori dipendenti.

 

Una progressiva e necessaria evoluzione del mercato del lavoro o una trasformazione illegale?

 

Il fenomeno ha comunque allarmato gli organi statali di controllo, che nel corso dell’attività di vigilanza hanno frequentemente riscontrato un utilizzo improprio di “sedicenti lavoratori autonomi che di fatto operano in cantiere inseriti nel ciclo produttivo delle imprese esecutrici dei lavori, svolgendo sostanzialmente la medesima attività del personale dipendente delle imprese stesse”, circostanza spesso aggravata “dal ricorso ad ulteriori formule aggregative di dubbia legittimità, che prescindono da un’organizzazione d’impresa, costituite nello specifico da associazioni temporanee di lavoratori autonomi ai quali viene affidata, da parte di committenti privati, l’esecuzione anche integrale di intere opere edili”.

 

Sta di fatto che, nonostante la puntigliosa chiarezza degli articoli del codice civile nel definire il lavoro subordinato e il lavoro autonomo, molto spesso non è possibile esprimere una distinzione concreta tra l’una e l’altra tipologia di rapporto.

 

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali in merito all’attività di cantiere dei lavoratori autonomi ha pertanto emanato la circolare n. 16 del 4 luglio 2012, con le indicazioni operative per il personale ispettivo al fine di stabilire i caratteri di distinzione tra prestazioni autonome  e prestazioni subordinate.

 

Senza dubbio, scrive il Ministero, l’elemento significativo ai fini della verifica dello status di imprenditore autonomo è quello connesso al possesso e alla disponibilità di una consistente dotazione strumentale, rappresentata da macchine e attrezzature, da cui sia possibile evincere una effettiva, piena ed autonoma capacità organizzativa e realizzativa delle intere opere da eseguire. E in tal senso consiglia di constatare se dall’esame della documentazione risulti la proprietà, la disponibilità giuridica o comunque il possesso dell’attrezzatura necessaria per l’esecuzione dei lavori (ponteggi, macchine edili, motocarri, escavatori, apparecchi di sollevamento) e che la stessa sia qualificabile come investimento in beni strumentali, economicamente rilevante ed apprezzabile, risultante dal registro dei beni ammortizzabili.

 

Non ritiene, invece, la mera proprietà o il possesso di minuta attrezzatura (secchi, pale, picconi, martelli, carriole, funi) idonea a dimostrare l’esistenza di un’autonoma attività imprenditoriale, né la disponibilità delle macchine e attrezzature specifiche per la realizzazione dei lavori data dall’impresa esecutrice o addirittura dal committente, ancorché a titolo oneroso, considerando anzi tale circostanza un elemento sintomatico della non genuinità della prestazione di carattere autonomo.

 

Chiarisce che tale considerazione, del resto, è assolutamente in linea con i principi fondamentali che ispirano il d.lgs. 81/2008 il quale, individuando la nozione di “idoneità tecnico-professionale” dei lavoratori autonomi – la cui verifica è fondamentale da parte del committente/datore di lavoro a pena dell’adozione di sanzioni penalmente rilevanti – fa esplicito riferimento, precedentemente e indipendentemente dall’affidamento del singolo lavoro, alla disponibilità di macchine, di attrezzature e opere provvisionali la cui conformità deve essere peraltro opportunamente documentata.

 

Oltre a questi elementi legati alla specifica situazione di fatto oggetto di accertamento, vanno però svolte alcune considerazioni idonee a supportare un regime di “presunzioni” sul piano della tecnica ispettiva che, partendo proprio dalla definizione del lavoratore autonomo, tentano di inquadrare i margini della citata “autonomia” nell’ambito del ciclo complessivo dell’opera edile. L’esperienza evidenzia come normalmente non siano mai sorti particolari problemi di inquadramento quale prestazione autonoma per tutte quelle attività che intervengono nella fase del così detto completamento dell’opera ovvero in sede di finitura e realizzazione impiantistica della stessa (lavori idraulici, elettrici, posa in opera di rivestimenti, operazioni di decoro e di restauro architettonico, montaggio di infissi e controsoffitti). Mentre, appare meno verosimile la compatibilità di prestazioni di lavoro di tipo autonomo con riferimento a quelle attività consistenti nella realizzazione di opere strutturali del manufatto, legate fondamentalmente alle operazioni di sbancamento, di costruzione delle fondamenta, di opere in cemento armato e di strutture di elevazione in genere, svolte da specifiche categorie di operai quali quelle del manovale edile, del muratore, del carpentiere e del ferraiolo. Lo svolgimento di tali mansioni risulta, infatti, connotato dall’utilizzo di un apposito cronoprogramma destinato non solo a pianificare le diverse fasi di esecuzione dell’opera, ma anche a realizzare quel necessario e stretto coordinamento tra lavoratori che assicuri un’attuazione unitaria ed organica delle attività, difficilmente compatibile con una prestazione dotata delle caratteristiche dell’autonomia quanto a “tempi e modalità di esecuzione” dei lavori.

 

Più in particolare, nelle attività di realizzazione delle opere in elevazione legate al ciclo del cemento armato ovvero nel montaggio di strutture metalliche e di prefabbricati, le modalità di esecuzione – richiedendo la simultanea presenza di maestranze convergenti alla costruzione di un unico prodotto, in forza di indicazioni tecniche e direttive necessariamente univoche ed unitarie – non si conciliano affatto con pretese forme di autonomia realizzativa dell’opera che è invece il presupposto fondamentale per una corretta identificazione della prestazione secondo la tipologia del lavoro autonomo, così come definito dall’art. 2222 del codice civile.

 

Pertanto, almeno sul piano delle “presunzioni” ove non emergano fenomeni di conclamata sussistenza di un’effettiva organizzazione aziendale rappresentata da significativi capitali investiti in attrezzature e dotazioni strumentali, il personale ispettivo è tenuto a ricondurre nell’ambito della nozione di subordinazione, nei confronti del reale beneficiario delle stesse, le prestazioni dei lavoratori autonomi iscritti nel registro delle imprese o all’albo delle imprese artigiane adibiti alle seguenti attività:
– manovalanza;
– muratura;
– carpenteria;
– rimozione amianto;
– posizionamento di ferri e ponti;
– addetti a macchine edili fornite dall’impresa committente o appaltatore.

 

Viene precisando, in relazione poi ai provvedimenti sanzionatori da irrogare, che in tutti i casi di disconoscimento della natura autonoma delle prestazioni, il personale ispettivo è tenuto a contestare al soggetto utilizzatore, oltre che le violazioni di natura lavoristica connesse alla riconduzione delle suddette prestazioni al lavoro subordinato e le conseguenti evasioni contributive, anche quegli illeciti riscontrabili in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, in materia di sorveglianza sanitaria e di mancata formazione ed informazione dei lavoratori, adottando apposito provvedimento di prescrizione obbligatoria ai sensi del d.lgs. n. 758/1994.

 

Tuttavia, nella stessa circolare, il Ministero del lavoro mette in chiaro che tali indicazioni, lungi dal costituire principi di carattere generale in ordine ai criteri di distinzione tra prestazioni autonome e prestazioni subordinate, sono da intendersi quali mere istruzioni di carattere tecnico che si muovono sul piano della metodologia accertativa, anche mediante l’utilizzazione di “presunzioni operative”, al fine di orientare l’azione del personale ispettivo, uniformandone comportamenti e valutazioni.

 

Istruzioni da ritenere comunque legittime, che senza alcuna incertezza dovranno essere considerate non solo dagli organi di controllo, ma anche dai soggetti che hanno responsabilità in materia di salute e sicurezza dei lavoratori nei cantieri temporanei o mobili. Questa “particolare” tendenza al decentramento produttivo in effetti aumenta i rischi di sottotutela, con tutte le relative conseguenze, rappresentati proprio dalla mancata garanzia del datore di lavoro nella tutela del lavoratore subordinato.

 

Articolo di Andrea Maria Moro

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