Lettera aperta ai topografi: l’Informatica, una nuova dea laica?

A che cosa servono le carte? Quelle catastali se fossero nuove anche altimetriche e probatorie sarebbero indispensabili e non solamente ai fini fiscali! Cosa verrà fatto dei circa trecento milioni di mappali frazionati e riferiti ai famigerati punti fiduciali con le coordinate più varie non si sa bene! Chi riempirà i vistosi buchi dovuti al mancato aggiornamento delle mappe e degli allegati al mille non è dato di sapere!

 

Sull’ultimo numero de Il Seprio, trimestrale di informazione e di tecnica curato dal Collegio dei Geometri e dei Geometri Laureati della Provincia di Varese, il prof. Attilio Selvini, della Facoltà di Architettura e Società, Politecnico di Milano ed ex presidente della Società Italiana di Fotogrammetria e Topografia, SIFET, scrive una lettera aperta ai topografi, che proponiamo anche ai nostri lettori.

 

Cari amici e colleghi topografi, laureati o diplomati; talvolta gli articoli che leggo sulle (poche) riviste italiane che trattano i nostri argomenti, sconfinano nella filosofia: ebbene, io non voglio scomodare “sofia la scienza”, e le mie poche parole saranno guidate solo dalla ragione e dal senso comune del topografo, il vecchio mensor romano.

 

A proposito: gli antichi romani, gente pratica e razionale, avevano trasformato il cippo di confine in “Dio Termine”, con tanto di pena di morte per chi avesse osato manometterlo. La società attuale, assai più complessa e mescolata di quanto non lo fossero i cives romani e la cuncti gens una, mi sembra che stia elevando sugli altari una nuova dea laica (mi si passi l’ossìmoro) e cioè l’informatica.

 

L’elaboratore, non dimentichiamolo, ha solo, nel nostro ambito, reso possibile, rapidissimo e conveniente il calcolo numerico; anche se è capace di fare molte altre cose (i francesi, meno schiavi dell’inglese di quanto non siamo noi, si ostinano, infatti, ad usare il sostantivo ordinateur che la dice lunga in proposito).

 

L’informatica è irrinunciabile oggi e lo sarà ancor più domani; però nel caso della topografia e della cartografia è solo un aiuto per “riordinare” la misura, che così come diceva l’indimenticabile amico, collega e maestro Mariano Cunietti, è prerogativa umana e solo umana. Purtroppo l’informatica ha inizialmente tarpato le ali a molti topografi tradizionali, ed ha per contro promosso topografi e cartografi molte persone provenienti da altri tipi di studi, che lentamente ma inesorabilmente stanno trasformando la cartografia in una valanga di dati informatici di assai dubbio valore.

 

So di molte e serie aziende di cartografia, che vacillano sotto il peso di imposizioni informatiche con altrettanti programmi elaborativi, di cui in buona parte si potrebbe fare a meno. Purtroppo ciò a scapito della leggibilità delle carte e soprattutto della loro bontà (dovrei dire correttamente “incertezza”) metrica, sulla quale spesso enti committenti e collaudatori sorvolano facilmente.

 

Da noi le carte per molto tempo sono state spreco di risorse umane ed economiche: l’IGM faceva le sue carte, il catasto le sue mappe, i comuni e le comunità si arrangiavano, le regioni facevano e disfacevano e per scala e per tipo di rappresentazione o taglio: lo sappiamo bene. Oggi la cartografia è in crisi, e non poche aziende, nate negli anni felici dal “settanta” in poi, chiudono o falliscono; qualcuno si chiede spesso: ma allora, a chi ed a che cosa servono le carte? Il mio parere è estremamente semplice, e cercherò di dirlo con chiarezza, nonostante gli ottantacinque anni che gravano sulle mie spalle. In questi ottantacinque anni ho fatto molte cose, male o bene.

 

Sono stato uomo politico, sono stato amministratore comunale, sono stato dirigente di due antiche e gloriose aziende: la “Filotecnica Salmoiraghi” e poi la “Carl Zeiss”; sono stato anche progettista di molti edifici e di qualche strada. E poi ho insegnato, spero bene, sia negli Istituti Tecnici che nelle Università (Milano, Ancona, Bologna) ed infine nel Politecnico. Ecco ciò che penso in merito alle carte (e per favore, non chiamatele “cartine”, così come fa la maggioranza dei giornalisti male informati: un grande topografo appena scomparso ultranovantenne, Angelo Pericoli, aveva più volte ridicolizzato chi usava tale termine).

 

Le carte IGM erano nate, ben oltre un secolo fa, per la difesa del territorio nazionale, del “sacro suolo della Patria”. Difesa oggi improbabile ed incerta, per cui si sarebbe portati a dire che le carte al cinquantamila o al centomila (ed anche quelle al venticinquemila) non servono più a nulla. 

 

Delle carte catastali ho detto e scritto molte e molte volte: in particolare dalla famosa circolare 2/1988 in poi, il disastro già avvertibile negli Anni Ottanta è aumentato con ritmi vertiginosi. Cosa verrà fatto dei circa trecento milioni di mappali, frazionati e riferiti ai famigerati “punti fiduciali” con le coordinate più varie, non si sa bene.

 

Chi riempirà i vistosi “buchi” dovuti al mancato aggiornamento delle mappe e degli allegati al mille, non è dato di sapere: di certo, non bastano i fin troppo propagandati voli, condotti alla ricerca degli edifici non censiti. Chi si attenta a sovrapporre una carta catastale ad una carta comunale alla stessa scala? Io ne ho scritto un po’ di anni fa (Geomedia, n. 2/2006, “Un test di confronto fra carte catastali e cartografia tecnica”) insieme al collega Giorgio Bezoari: per favore, leggetevi quell’articolo e poi ditemi quale trucco informatico potrebbe porre rimedio alla discrepanza fra i due tipi di carte. Lo ho detto e lo ho scritto, ed ora lo ripeto: con un miliardo di euro, si rifarebbe tutta la carta catastale (estimi a parte) assicurando così lavoro alle molte, minuscole e medie aziende italiane di cartografia (scusate: di “database”).

 

Mai soldi sarebbero spesi meglio, in questo Povero paese. Si rilegga il mio articolo sul rifacimento del “database” catastale, comparso sul n. 3/2011 ancora di “Geomedia”. Sottolineo che le carte catastali, se fossero nuove, anche altimetriche e probatorie (così come le voleva già Ignazio Porro un secolo e mezzo fa) sarebbero indispensabili e non solamente ai fini fiscali.

 

Le carte comunali, insomma i “database” odierni, servono soprattutto alla redazione di quelli che erano sino ad ieri i piani regolatori generali e che oggi si chiamano “piani di governo del territorio”. Oppure per progettare nuovi quartieri e nuove strade, sempre nell’ambito limitato dei comuni o delle comunità più o meno montane.

 

Tertium non datur: le grandi strade ordinarie e ferrate, gli elettrodotti ed i gasdotti richiedono cartografia specifica, con rappresentazioni sia sul piano cartografico UTM o GB che sia (oggi meglio, su ETRF2000), sia sul piano medio locale (le cosiddette carte in “coordinate rettilinee locali” dei costruttori). Che poi gli attuali “database” permettano di trovare, sempre con le incertezze della scala nominale, la posizione dei chiusini, delle condutture di smaltimento o di adduzione; che permettano di individuare linee di marciapiede od isole pedonali; che possano dire al fisco locale chi abita in un certo edificio, è più materia di sistema informativo che di database.

 

Sulle carte regionali non voglio dire: non ho mai ben capito, al di là di fumosi piani territoriali, a che servano; soprattutto per il fatto che alcune sono al cinquemila, altre al diecimila; alcune sotto forma di ortofoto ed altre al tratto; alcune “tagliate” secondo il reticolato geografico, altre più giustamente secondo quello cartografico.

 

Dell’esperimento “Google Earth” meglio non dire. Per curiosità mi sono stampato un pezzetto di ortofotocarta intorno alla mia casa di Somma Lombardo, con sovrapposta la carta al tratto (ricavata certamente dalla CTR lombarda): ebbene, gli scostamenti fra tratto e raster sono delle decine di metri! Un lungo, articolato discorso sul collaudo richiederebbe troppo tempo e quindi vi rinuncio. Mi limito a sottolineare che anche qui ormai si cerca il pelo nell’uovo dal punto di vista qualitativo, a danno di quello quantitativo e perciò metrico; non so bene a che cosa serva, per esempio, il programma di collaudo detto ampollosamente “Validator”. Il collaudo, come lo faceva il già ricordato professor Mariano Cunietti, era ed è un paziente, attento, faticoso lavoro da topografo: non un bell’esercizio di informatica!

 

Rinuncio anche a parlare di bandi di appalto e di capitolati; sui primi ho detto succintamente al convegno SIFET di Arezzo del 2007, sui secondi vi sono parecchi miei interventi in qualità di presidente UNIGEO, anche in questo caso sotto forma di articoli sia sul “Bollettino” della SIFET che su altre riviste.

 

Cercando di trovare consensi nell’ambito della politica, per riordinare un mercato grossolano e disordinato, ben lontano da quelli del resto d’Europa, promossi anche nel 2006, attraverso il senatore Luigi Peruzzotti e poi col sostegno del vicepresidente del Senato ed attuale deputato Mario Baccini, un disegno di legge dal titolo: “Nuove norme per l’affidamento dei lavori di cartografia alla società di geomatica”, disegno poi decaduto per lo scioglimento del parlamento allora in carica. Il testo è ancora nella memoria del mio computer.

 

Certo che viviamo un momento infelice, sia di carattere generale per questo nostro non troppo fortunato Paese, sia in modo specifico per il (piccolo) mondo dei topografi italiani: vanno scomparendo i geometri, e ci manca ancora (unici in Europa!) un laureato in “geomatica” (così come ormai si chiama correntemente il gruppo delle discipline di nostra competenza). Che non vi sia ancora, dopo decenni di discussioni e tentativi (ricordo quelli promossi da quel grande presidente del CNG che fu Raffaelli, poi continuati da Borsalino) un ingegnere geotopografo del tipo di tutti quelli presenti ed attivi nella CE, è uno dei tanti scandali italiani.

 

Fonte Il Seprio, trimestrale di informazione e tecnica del Collegio dei Geometri e dei Geometri Laureati della Provincia di Varese

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